I Ligures e la gens ingauna
Un isolato frammento di Esiodo, riportato da Strabone, contiene la più antica menzione circa i Ligures, nominati accanto agli Etiopi e agli Sciti, come i più antichi abitatori delle terre d’Occidente, vasta regione compresa tra la foce del Rodano e Pisa, le Alpi occidentali, il Piemonte meridionale e l'Appennino settentrionale. Ancor prima che i naviganti e coloni greci dessero dettagliata descrizione circa l’etnografia del Mediterraneo occidentale, i Ligures apparvero al mondo greco come i tipici esponenti di un’Europa ancora barbara e ignota. Popolo indomito, avvezzo alla fatica e sprezzante del pericolo, non ebbero timore dell’avversario, pronti com’erano a difendere con slancio la propria indipendenza. Di tanta fierezza diedero prova nel III secolo a.C., allorché ingaggiarono un lungo e sanguinoso scontro con l’espansionismo dei Romani provenienti da sud. Gli storici antichi riferendo di quel popolo indomito e fiero, ne celebrarono le antiche virtù e la levatura morale. Lo stesso Livio, non senza ironia, parla di loro come di nemico ideale a mantenere viva la disciplina militare romana. Nessun’altra provincia come la Liguria spronava maggiormente i soldati al coraggio. Tuttavia, come ebbe a notare lo stesso Marco Porcio Catone - lui che pure fu strenuo assertore dei prisci mores agrestes - i Ligures non conservarono alcuna memoria genealogica circa le proprie origini, né ebbero l’ambizione di crearsi un qualche blasone. Non seppero dare né veste, né fisionomia al proprio patrimonio di idee, né scrissero di loro stessi, delle proprie origini e delle migrazioni che li condussero sul Mediterraneo, dal Rodano all’Arno. Tantomeno scrissero di quella fierezza di sentimenti e di quell’amore per una terra aspra da cui faticosamente traevano sostentamento e che tuttavia veneravano. Tali virtù, per contro, avrebbero ispirato frequenti pagine della storiografia antica. In seno al ceppo ligure, le prime notizie storiche certe, riconducono alla tribù degli Ingauni. Questi occupavano una vasta regione, da Sanremo a Finale, facendo capo all’oppidum di Albium Ingaunum, capitale di una vasta gens nonché punto di riferimento e di scambio per numerose popolazioni della costa e dell’interno. Il loro territorio era indubbiamente il più vasto e il più ricco di risorse naturali. Agricoltura e pastorizia erano, dunque, le attività principali dell’economia ingauna, trovando gli abitanti del litorale la fonte primaria del proprio sostentamento nel mare. Lo stesso Plutarco racconta della flottiglia ingauna e al riguardo, lo storico romano Tito Livio, narrando con spirito di parte dell’annosa opposizione a Roma, descrive le navi corsare ingaune, snelle e veloci, quali mezzi tipici di una popolazione dedita alla pirateria. A fronte di tale affermazione, ma in assenza di conferme archeologiche, non si è in grado, ad oggi, di chiarire i contatti che Albium Ingaunum avrebbe intessuto con il mondo mediterraneo, né le correnti dei suoi traffici commerciali. P.V. Bibliografia di riferimento: Giuseppe Cottalasso, Saggio storico sull’antico ed attuale stato della città di Albenga. Genova: Stamperia delle piane, 1820
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