La storia
“…Prius caput gentis Albingaunum fuerat” 1
Lapidaria la sentenza da Petrarca coniata nel suo Itinerarium. Albenga, oppido preromano del Ponente ligure, trascorse indenne attraverso i secoli e le battaglie fregiandosi di un passato glorioso, come gloriose ne furono le mura, tali da eguagliare le rocche di Tebe2 offrendo motivo d’ispirazione poetica. Entro il loro perimetro la vita scorreva declinata secondo i principi del diritto romano. E fu civiltà. Frattanto l’antico oppido cresceva. Divenuto importante municipium, prosperava nella pax romana dotandosi di imponenti strutture quali terme, porto, acquedotto e teatro. Ciò, mentre il fiume scorreva distante dall’abitato, lambendo le terre a nord-est e lasciando che l’odierno greto ancora ospitasse edifici e costruzioni indizio di una cultura superiore. Cullate, poi, dalla vicina risacca, le virtù civiche sopravvissero, all’ombra delle torri, nonostante le oscure vicende dell’età medioevale; informate allo ius latinum, rivendicarono alla città quell’autonomia che l’avrebbe innalzata a libero comune. Correva l’anno del Signore 1098; capitale cristiana del Ponente ligure, Albenga poneva i suoi mezzi al servizio di una nobile causa: la prima Crociata. Issato sui legni il civico vessillo – Croce rossa in campo d’oro – la flotta ingauna accolse, sotto quell’insegna, privilegi marittimi e commerciali dal re di Gerusalemme. Si apriva, così, una nuova stagione: in gara con Genova e le altre Repubbliche marinare, la città incrementò i traffici accrescendo le proprie ricchezze. A breve, il giuramento di fede ghibellina compiuto nelle mani dell’imperatore Federico Barbarossa: era l’anno 1159. Tosto l’aspra contesa con Genova, avversaria di sempre, avrebbe avviato, tra alterne vicende, l’annosa sudditanza alla superba Repubblica. L’epoca moderna salutò la città piegata a un progressivo declino. Scomparsi il porto e la flotta; i campi devastati dalle continue piene del fiume, ormai volto a sud, ove un tempo sorgeva l’antico suburbio; l’economia contratta, pressoché incapace di risollevarsi, mentre la popolazione invocava la fine di uno stallo rovinoso e prolungato. Occasione superstite di lustro e prestigio, la residenza episcopale e la sede della Diocesi, epigoni, questi, dell’antica preminenza ingauna sulla Liguria occidentale. Accanto, la presenza di illustri famiglie rimaste, sino agli anni della Rivoluzione, il nerbo della società locale. Frattanto, trascorse l’astro di Napoleone ad esso seguendo la restaurazione sarda. Iniziavano, così, le vicende amministrative che avrebbero condotto Albenga sino all’età contemporanea. Eretta a capoluogo di Provincia nel 1818, ebbe la propria giurisdizione sul territorio da Andora a Finale. In seguito, ridotta a circondario, sarebbe passata sotto la provincia di Savona. Era il gennaio del 1927. Da allora, molta acqua dal Centa corse al mare. Anno dopo anno, la città tornò a mostrarsi quale un ricco centro, capace di armonizzare le diverse anime che in esso convivono. Agricoltura, commercio e turismo i volti, ciascuno autentico, d’una medesima realtà. Fondamentale, poi, la ricchezza del patrimonio artistico monumentale, sigillo a una storia lontana di cui Albenga è innegabilmente ed orgogliosamente figlia.
P.V.
1. Francesco Petrarca, Itinerario in terra santa 2. Claudius Rutilius Namatianus, De reditu suo
Bibliografia di riferimento:
Giuseppe Cottalasso, Saggio storico sull’antico ed attuale stato della città di Albenga. Genova: Stamperia delle piane, 1820 Girolamo Rossi, Storia della città e diocesi di Albenga. Albenga: Tipografia Craviotto, 1870 Nino Lamboglia, Albenga romana e medioevale. Bordighera: Istituto Internazionale di studi Liguri, 1992 Josepha Costa Restagno, Albenga. Genova: Sagep, 1993 
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