Il Medioevo e l'età comunale

 

Ai secoli di pace e prosperità, assicurati dall'impero romano, seguì il periodo delle incursioni barbariche e dei saccheggi, che in Liguria furono compiuti prima dagli eruli e poi dai goti; successivamente la regione passò sotto la dominazione bizantina. Albenga  fu retta da un magistrato, detto comes et tribunus nel quale si accoglievano i supremi poteri civili e militari. Tale dominazione protesse la regione dall’avanzata dei longobardi fino al 641 allorché Rotari occupò Genova e ne distrusse le mura.  L’avanzata di Rotari segnò per l’intera regione la fine della romanità e l’inizio del Medioevo: vennero distrutte tutte le fortificazioni e la stessa Albenga fu ridotta, sia pur temporaneamente, a vicus. Ciononostante la città, con la sua sede vescovile, rimase un sicuro punto di riferimento non solo religioso, ma anche civile e di tradizione urbana. Divenuta capitale del Comitatus longobardo e franco, prese parte all’effimera rinascita carolingia, mutando il proprio nome in Albìnganum. Tuttavia gli ordinamenti carolingi, che pure avevano assicurato un relativo benessere, vennero corrompendosi. I Conti resero ereditari l’ufficio e i beni ottenuti per elezione, rinnovando le calamità della corrotta amministrazione bizantina.
Dunque la compagine amministrativa istituita da Carlo Magno si era ormai sciolta e le città marinare aspiravano alla propria autonomia.  Sopravvissuta alla minaccia saracena che l’afflisse per circa un secolo, Albenga si inserì nella organizzazione marchionale creata da Berengario II. Divenuta parte della Marca Arduinica insieme a Ventimiglia, ne costituì uno dei principali approdi. Data a quegli anni la ripresa civile ed economica della città, legata ai due poli politico-militare e religioso. Notevole l’influenza dei vescovi sulla vita cittadina, anche se non giunsero mai a ricoprire, come altrove, la carica comitale. Per tutto l’XI secolo, il Comitato di  Albenga fece parte del dominio feudale della contessa Adelaide di Susa, che in città aveva una sua curtis regia. Morta Adelaide nel 1091, in seguito alla divisione tra gli eredi, il comitato ingauno passò ad un ramo dei marchesi aleramici. I Clavesana furono dunque la nuova casata che fino al XIV secolo affermò i propri diritti feudali sulla Marcha Albingane. Ma le istituzioni cittadine, di antica e salda origine romana, non si erano completamente spente nelle traversie del Medioevo.
Già nell’XI secolo il processo di rivendicazione delle libertà civiche sfociò nella costituzione del Comune la cui nascita data al 1098. In quello stesso anno, insieme alle città di Noli, Savona e Genova, Albenga  prese parte alla prima crociata con navi, uomini e denaro, ricevendo in cambio privilegi di libero traffico dal re di Gerusalemme. Da quel momento lo stemma della croce rossa in campo d’oro sventolò sulle sue navi e sulle sue torri. Nella prima metà del XII  secolo, il comune ingauno si affermò in un regime di piena indipendenza, rivaleggiando con Genova e le altre repubbliche marinare nello sviluppare i commerci marittimi, la flotta e le fonti di ricchezza terriera. In occasione della discesa in Italia di Federico Barbarossa, la città a mezzo del Vescovo, di un Console ed altri rappresentanti del Comune, offrì all’imperatore una professione di fede ghibellina mai rinnegata nei secoli seguenti, ricevendo nel 1159 l’investitura imperiale su tutto il suo territorio.
Questo fu il germe delle successive contese con i Marchesi di Clavesana  e soprattutto con Genova che proprio allora iniziava il suo moto di espansione su entrambe le Riviere. Conseguenza della politica genovese furono le tre convenzioni che Albenga dovette sottoscrivere, a partire dal 1179. Queste, infatti, aprirono un periodo di progressive limitazioni e di incorporazione nei confronti della città ingauna. Particolarmente dure le condizioni imposte con la terza convenzione sottoscritta nel 1251. Tale documento decretò la fine del libero commercio ingauno nei mari più lontani, l’intervento diretto di Genova nell’amministrazione nonché la definitiva associazione della politica ingauna a quella genovese. Fino a quel momento, Albenga era stata il centro di una florida attività economica imperniata sull’agricoltura, il commercio e la marineria; possedeva una flotta militare e mercantile, godeva di rapporti amichevoli con numerose città vicine e lontane. Questa sua prosperità aveva alimentato il patrimonio delle principali famiglie che reggevano le sorti del Comune e ne formavano il Parlamento.
A tale periodo risalgono gli Statuti (1288), patrimonio comune di memoria e civiltà, nei quali si riflette la complessità dei rapporti giuridici e la partecipazione ingauna a una più vasta comunità italiana ed europea, che ebbe nel diritto un elemento di generale aggregazione. A quello stesso periodo risalgono pure le torri e le case medioevali, le quali mostrano come la città abbia compiuto un notevole sforzo costruttivo, rinnovando quasi completamente la sua struttura urbana e architettonica. Il declino della sua indipendenza venne a coincidere col mutato corso del fiume Centa, portatosi a ponente della città. Tale deviazione provocò l’interramento e la scomparsa dell’antico porto, mentre le continue inondazioni furono causa delle numerose epidemie che in quel tempo affliggevano la popolazione. Seguirono poi le lotte tra guelfi e ghibellini che indebolirono ulteriormente la compagine cittadina sempre più spesso in balìa di Signori vicini e lontani: dapprima i Del Carretto, quindi i Visconti (1355-1379) e Carlo VI, re di Francia (1396-1413).
D’altro canto la naturale posizione della città, nodo strategico per le comunicazioni lungo la Riviera, più volte la rese teatro degli scontri fra opposti contendenti. Decisivo per le sorti future, il lungo e rovinoso assedio che il Piccinino, capitano di ventura al soldo dei Visconti, tenne nel 1436. Nonostante la resistenza Genovese che finì con l’aver ragione dell’invasore, Albenga uscì da tali eventi notevolmente fiaccata. L’episodio, infatti, segnò la fine della storia comunale di Albenga, che nei secoli successivi seguì, senza più un ruolo di primo piano, le vicende della Repubblica Genovese, paga soltanto del proprio benessere locale.

P.V

 

Bibliografia di riferimento:

Giuseppe Cottalasso, Saggio storico sull’antico ed attuale stato della città di Albenga. Genova: Stamperia delle piane, 1820
Girolamo RossiStoria della città e diocesi di Albenga. Albenga: Tipografia Craviotto, 1870
Nino Lamboglia, Albenga romana e medioevale. Bordighera: Istituto Internazionale di studi Liguri, 1992
Romeo Pavoni, Liguria medievale. Genova: ECIG, 1992
Josepha Costa Restagno, Albenga. Genova: Sagep, 1993

 


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